volevo scrivere un post
sul buon anno in danese ma poi mi sono ricordato che ne avevo scritto un altro
solo un anno fa (come vola il tempo). Comunque sarà perché presto compirò i tre
anni in Danimarca, in cui praticamente è successo di tutto e di più, sarà
perché sono reduce da due settimane (e 4 chili) in Italia...comunque sia mi sto
chiedendo cosa mi sta lasciando questa esperienza danese.
Per esempio, l'altro
giorno all'aeroporto ho sentito parlare una famiglia svedese emi è sembrato che parlassero in modo
divertente. Non so se era l'accento, la pronuncia di parole che mi sembrava di
conoscere con un'altra pronuncia...insomma sembravano quasi dei danesi che stavano prendendo in giro qualcuno...fatto sta che mi ha fatto ridere.
E ho deciso di cominciare
a chiedermi “Ho vissuto troppo a lungo in Danimarca se…?”
Si, insomma, se ascolti svedese
e ti viene da sorridere perchè ti sembra un danese che prende in giro qualcuno, direi che hai assolutamente vissuto troppo a lungo in
Danimarca.
Poi, non so voi, ma io
Italia ancora mi metto sulle striscie pedonali ed aspetto che mi facciano
passare. Il che spesso si converte in lunghe attese davanti ad auto che sfrecciano
da una parte e dall'altra...vraaaaam vraaaaaam!
In questo caso, dunque,
“Ho vissuto troppo a lungo in Danimarca se...” ti aspetti che ti facciano
passare alle striscie.
Poi mi sono chiesto: cosa
ha lasciato a voi? Vi siete resi conto di alcuni cambiamenti nel vostro
carattere o nel modo di fare da quando siete in Danimarca, o in generale
all'estero? E quando? e vi piacerebbe condividerlo? Scrivete un commento qui
sotto oppure sulla pagina Facebook (e Like! Se non l'avete ancora fatto :)
Ciao a tutti, scusate se questa volta non ci sarà un video ma purtroppo non ho fatto on tempo prima della partenza. Sí, perché è estate e si parte per le vacanze e di questo parleremo in questo post. Estate in danese è sommer. Simile all'inglese, con la O ben aperta, l'estate è la stagione dove tutti sorridono, dove si moltiplicano i gesti di generosità, dove le file vengono fatte con allegria oltre che con la normale disciplina, dove la gente è felice purché non piova, dove coke dicono i buoni danesi "se ci fosse una buona estate qui, perché andare via in vacanza all'estero?". Purtroppo una buona estate in Danimarca non si vede da un po' ma devo ammettere che è splendida quando si apre in tutto il suo splendore: 25-30 gradi durante il giorno, 10-15 gradi durante la notte, chiaro fino a tardi e mai veramente buio. Grigliare nelle lunghe notti estive è uno dei piaceri che vi consiglio di provare. D'altronde, l'influenza del meteo sull'umore danese non è nuovo e trova nella lingua la sua espressione. Infatti, mentre l'inverno ha un nome familiare (vinter, come in inglese winter e pronunciato "vinta" per il vecchio trucco della er che diventa a), primavera ed autunno hanno nomi del tutto particolari e che come detto rivelano quanto sommer sia importante per i danesi. Primavera è forår ed autunno è efterår, cioè: prima (for) dell'anno e dopo (efter) dell'anno. A dire il vero, prima non si scrive for ma før. Il for si USA per tutte quelle azioni o quei concetti che non solo precedono ma anche preparano l'azione o il concetto successivo. Sembra proprio che l'estate almeno in danese coincida con l'anno, o corse con l'unico periodo dell'anno che valga veramente la pena. Per questo la stagione prima è vista con attesa e come preparazione, le ultime piogge d'aprile con i primi soli...e la stagione dopo l'estate invece è guardata con malinconia come la stagione dopo l'estate. Con questo post Lezioni di Danese va in ferie. A proposito, ferie in danese si dice ferie :) voi? Quali piani per sommer? Io parto domani. Vado due mesi in sud America...Brasile, Uruguay, Argentina rino alle nevi della Patagonia fino a dove la strada lo consentirà, poi su risalendo la spina dorsale delle Ande, Cile Bolivia e Perù. Se questo blog va in ferie, se ne apre un altro sul questo viaggio: latinoamericanabackpack.wordpress.com a presto...in America Latina! Baci, Francesco
Oggi sono un po’
corporate con la camicia che sono appena tornato dal lavoro ma non volevo
lasciarvi soli in questo momento delicato. Delicato perché ci sono le elezioni,
tra un paio di settimane in Italia e poi tra qualche settimana per il Papa. Ed
allora ho pensato di fare un altro post per il blog.
Allora, come sono
le elezioni in Danimarca?
In Danimarca l’elezione
è et valg, che vuol dire sia elezione che scelta, ed in realtà l’elezione è
proprio quello, una scelta. E qui arriva il genio danese, nel senso che il voto
è en stemme. Attenzione: stemme vuol dire anche voce, e questo lo trovo
straordinario perché ci riporta indietro a quelle che sono le radici della
democrazia, la democrazia greca, dove si riunivano tutti in una piazza e,
urlando, testimoniavano l’approvazione per una proposta formulata nell’agora. E
quindi ci riporta al significato originale della democrazia: il governo di chi
urla più forte o di chi ha più urla.
Delle elezioni
italiane sappiamo ormai tutti, e ci sarebbero anche molte cose che non vorremmo
sapere. Parliamo invece della politica danese. La politica danese è più o meno
bipartitica, ha un sistema proporzionale ad una Camera sola, ed i giornali
dividono i partiti tra il Blocco Rosso (Rød Blok) ed il Blocco Blu (Blå Blok),
che come dicono i colori sono rispettivamente i socialisti/Socialdemocratici ed
i conservatori ed i liberali. Un po’ fuori dagli schemi è il partito del popolo
danese (Dansk Folkparti, DF), che è l’omologo nazionale della Lega nostrana,
che comunque appoggia esternamente i governi di destra.
Partiamo da
quelli che hanno perso le ultime elezioni, il Blå Blok, che si compone
essenzialmente di un partito che si chiama Venstre ed è un partito liberale. La
cosa carina è che il partito sta a destra, ma la parola venstre vuol dire
sinistra. Eppure sta a destra, cosa che io trovo stupenda. Oltre a essere il
partito principale della politica danese, monopolizza quasi tutta l’area centro
destra, che comprende altri partiti minori come Liberal Alliance, i
conservatori e come detto DF.
Se andiamo al
Blocco Rosso, troviamo partendo dal centro i socialdemocratici, partito di
maggioranza di governo, del primo ministro Helle Thorning Smith, quella che
Berlusconi le guardò il culo e con Sarkozy commentò che era bello. Poi troviamo
un altro partito di governo che è un partito dal nome nostalgico, il “Partito
Socialista del Popolo” danese, mi sono anche fatto crescere la barba alla
compagno Fidel in onore loro. Sono un partito di impronta socialista, stanno a
sinistra dei socialdemocratici, che come alleati hanno anche un altro partito
che si chiama Radikale Venstre, che sono un po’ come i nostri radicali:
liberisti in materia economica e socialisti/socialdemocratici in materia di
welfare, si collocano a destra dei socialdemocratici anche se a sinistra e sono
una frattura di sinistra del partito Venstre e stanno davvero a sinistra.
Più a sinistra di
tutti sta un partito che si chiama Unità, la Lista Unità (Enhedslisten). È un
partito di ispirazione rossoverde quindi ecologista, movimentista, quasi come
Sinistra Ecologia e Libertà, non è di governo, appoggia esternamente, e visto
che è molto di sinistra non ha un segretario ma un collegio di portavoce
capitanati da Johanne Schmidt-Nielsen, una della parlamentari più giovani della
Danimarca se non d’Europa che ha solo 26 anni e che si prenota per un futuro
brillante della politica danese. Se fossimo in Italia per 40 non ce la
scrolleremmo di dosso.
Questa era una
brevissima incursione nella politica danese: votate tramite busta se siete
italiani all’estero, votate se siete in Italia. Vi auguro buone elezioni, spero
ci sarà un altro post prima delle elezioni o magari uno dopo per farci due
risate sui risultati.
Mi raccomando
continuate a seguirmi sul blog e su Facebook, che mi arrivano nuovi Like ogni
giorno ed è sempre bello. Se avete idee per nuovi post, come sempre, fatemi
sapere.
visto che in Italia siamo in campagna elettorale,
almeno io cercherò di mantenere le promesse di tenere il video sotto i due
minuti e per riuscirci ho scelto di parlare oggi di una parola brevissima e
molto usata: enig. Proprio cosí, si scrive enig ma si pronuncia eni, la g è
muta. At være enig vuol dire essere d'accordo, ma non si
usa come diceva Vanna Marchi, “D'accordoooo?”. Anche se la parola è semplice,
dobbiamo fare un po' d'attenzione a come e quando si usa.
Innanzitutto, come si usa: con significato positivo
si dice semplicemente “enig” alla fine di un discorso o di un concetto espresso
dal nostro interlocutore. Si può dire anche “Jeg er enig”, ma enig è
sufficiente.
Se invece il significato è negativo, dobbiamo fare
un piccolo sforzo in più e dire “jeg er uenig”, cioè io sono in disaccordo. La
g finale è sempre muta ma è importante fare sentire la u iniziale che, come
sappiamo, cambia il significato delle parole da positivo a negativo. (Per
esempio, vi ricordate che gli articoli possono essere determinati – bestemt o
indeterminati – ubestemt?). Se ci pensiamo in italiano, può sembrare un po’
forte; tuttavia, il danese è pieno di espressioni un po’ tranchantes. Per
esempio, è normale dire che non abbiamo capito quello che l’altro dice con una
espressione che in italiano suona forte come: “non credo di avere capito quello
che dici” (jeg tror ikke at jeg forstår det der du siger…ok, non è cosí facile
da ripetere in un colpo solo J).
Poi, quando si usa “enig”. Come abbiamo visto
sopra, si può usare con significato affermativo o negativo, ma non si usa mai nelle
frasi interrogative. Per esempio, se si vuole chiedere all’interlocutore se è d’accordo,
non si dice “Er du enig?” (sei d’accordo?). Si usa piuttosto una espressione
più aperta: “Hvad synes du?” (che ne pensi?). Oppure, se ha gli occhi sbarrati
e sembra che lo abbiamo perso per strada, “er du med?” (letteralmente, “sei con
(me)?”, cioè, “mi segui?”). Qui è il ragionamento inverso a quanto dicevo prima
sulle espressioni tranchantes… alla faccia di chi dice che il danese è noioso: chiedere direttamente se qualcuno è d’accordo…è
proprio troppo diretto. Inoltre, in Danimarca è buona regola chiedere se gli altri sono d'accordo. Ricordiamoci che una società basata sul consenso vuol dire chiedere il parere di tutti (anche se poi nessuno ci impedisce di fare quello che vogliamo lo stesso :) )
Quindi ricapitolando: possiamo essere enig od
uenig, ma non dovremmo chiedere se qualcuno è d’accordo con noi, quanto cosa ne pensa.
E adesso sí, come diceva Vanna Marchi: "D'accordoooo?".
No, non è un
augurio, o per lo meno non solo. La verità è che l’ho detto talmente tante
volte quasi automaticamente che alla fine mi è venuta voglia di scrivere un
post e facri un video.
Quindi per prima
cosa mi sono fatto crescere la barba da Babbo Natale (che qui si chiama
Julemand, ossia l’uomo di Natale), giusto per darmi un tono, anche se ancora mi
manca qualche anno e qualche spavento (e con l’aiuto della cucina danese, qualche
chiletto) per essere credibile.
Comunque, non
siamo qui per parlare di me ma per parlare di Natale e Capodanno.
Come si dice in Danese?
Sì, lo so che sono appena passati ed avrei dovuto svegliarmi prima. Ma non
siamo qui per parlare di me… Comunque, si dice “God Jul og godt nytår”.
In realtà, si
direbbe glædelig Jul. Glædelig vuol dire felice (per chi parla inglese, glad),
ma non volevo farlo più complicato di quello che già è. Inoltre, questa
espressione mi permette di paragonare la pronuncia di god e godt.
Vi ricordate che
in un altro post avevo parlato della d che ha un suono un po’ strano, tipo con
la lingua fuori dai denti? Bravi. Naturalmente, visto che siamo in Danimarca,
niente ha un solo suono (alla faccia di chi dice che è un paese noioso…In particolare,
come potete sentire, in god la d diventa muta e la o ha un suono ottuso (spero
non ci sia nessun linguista all’ascolto…anzi sì che ci sia, così almeno mi
insegna…linguistaaaaaaa). Invece, in godt la d si accoppia alla t e la o
diventa acuta.
Questa differenza
nella pronuncia si applica a tutte le parole dove appare. O seguida da d è
ottusa, o seguita da dt è acuta.
Ma soprattutto: perché
con Jul mettiamo god e con år usiamo godt? Vi ricordate uno dei primi posts,
dove dicevo che il danese non ha il genere e che i sostantivi si dividono in parole
en e parole et? Beh Jul è una parola en (den Jul) mentre år è una parola
et (det år). Gli aggettivi seguono
il ”genere” del sostantivo e mentre i sostantivi en lasciano l’aggettivo
generalmente invariato, i sostantivi et aggiungono generalmente la t alla fine
dell’aggettivo. Quindi…god Jul og godt nytår!
Pensavate che
fosse finita? E invece no! Concludo con una piccola nota sociale. Godt nytår ha
la stessa funzione di tak for sidst. Serve a riallacciare i contatti dopo l’anno
nuovo. Questo vuol dire che possiamo usarlo sempre, senza timore, almeno fino alla
fine di gennaio quando rivediamo per la prima volta persone che conosciamo.
OK adesso siamo
davvero alla fine. Spero di essere riuscito a manterere la promessa elettorale di
stare sotto i due minuti.
Come annunciato
in un altro post, ora c’è anche la pagina Facebook di Lezioni di Danese, dove
posterò sia i posts sia altre notizie succulente. Fatemi sapere cosa ne pensate
come sempre, anche suggerimenti per prossimo posts!
il
mio internet sta facendo le bizze (sarà che non si è ancora adattato al passaggio
dall’estate all’autunno danesi?) e quindi purtroppo non riesco a postare alcun
video...Comunque, colgo l’occasione per ringraziare chi mi ha contattato in
privato e su Facebook proponendo nuovi argomenti per i video: sono stati suggerimenti
davvero preziosi, è sempre bello sapere cosa ne pensate dall’altra parte dello
schermo.
Tuttavia, avevo promesso un altro post sull’argomento kontanthjælp e quindi ne approfitto. Ho
preso spunto da due reality shows (o come li chiamano qui, dokumentar =
documentario) che ho visto in televisione, in cui si seguivano le vite di due persone
molto diverse e per certi versi sono due estremi: una donna di poco più di quarant’anni
in cerca di lavoro e Robert, che lavoro non lo cerca proprio.
Apro una piccola
parentesi sul kontanthjælp (letteralmente contante=kontant e aiuto=hjælp), l’ultima
ratio in termini di stato sociale danese: in caso una persona (con almeno 8
anni di residenza in Danimarca di cui ha lavorato almeno 2 anni e mezzo) sia
senza lavoro, senza Akasse e con meno di 10.000 corone di patrimonio mobiliare
o immobiliare, può accedere al kontanthjælp a patto che sia iscritto ad un
Jobcenter (e diventa cosi un kontanthjælpmodtager: un beneficiario). I kontanthjælpmodtagerein Danimarca sono circa 170mila individui. Il minimo è 3.214 corone per gli under
25 che vivono con i genitori (una sorta di paghetta statale), mentre il massimo
è 13.732 corone per adulti senza lavoro. Come fare per il kontanthjælp? Occorre rivolgersi al Jobcenter del proprio comune.
Torno ai due
esempi. Purtroppo non mi ricordo il nome della prima ma era un caso che mi ha
colpito. Confesso che inizialmente mi sono sentito quasi “tradito” dalla Danimarca.
In breve: lui ha un buon lavoro, lei è una segretaria d’azienda che non ha
lavoro da due anni, di cui l’ultimo anno senza nemmeno colloqui. Loro hanno due
figli ed una casa medio grande non lontano da Copenhagen. La sua Akasse, di lei, sta per
finire, dopo due anni. Durante il documentario, lei va a due colloqui ma non
riesce ad avere il lavoro. Dato che hanno casa e macchina, lei non può ricevere
il kontanthjælp e sono costretti a vendere la macchina per non finire in
perdita a fine mese. Ma come? La Danimarca non era il paese dove comunque
nessuno muore di fame? Eppure se vuoi che lo stato ti garantisca la
sopravvivenza…devi vendere casa, macchina etc., finire i soldi del ricavato ed
infine interviene il kontanthjælp. Pensandoci
meglio, è proprio questo lo spirito del kontanthjælp: nessuno muore di fame. Certo,
fa male pensarlo nel caso ci fossimo noi: per me la casa è sacra e dovere
vendere la casa nel caso non si abbiano soldi sembra un copione di un film
americano. Tuttavia, questo non vuol dire che lo stato (cioè i taxpayers, per
dirla all’americana) debbano garantire a tutti di avere una casa di proprietà.
L’altro esempio “estremo”
è Robert Nielsen, per i fans “Dovne Robert” (il pigro Robert), che è diventato
in pochi giorni una celebrità. In particolare, Robert ha 44 anni e vive di
kontanthjælp da 11 anni, dicendo che quella somma gli permette sfuggire allo
sfruttamento e dall’accettare lavori sottopagati, che lui identifica in lavori
pagati meno di 100 corone all’ora. Facciamo un rapido conteggio: 37 ore di
lavoro alla settimana per quattro settimane al mese fanno circa 100.000 corone
nette all’anno (ho fatto un calcolo approssimativo), cioè poco più di 8.000
corone nette al mese. Certo, non si potrebbe vivere in centro a Copenhagen, si
dovrebbero fare rinunce e soprattutto bisognerebbe svegliarsi tutti i giorni ed
andare a lavorare anche se non se ne ha voglia.
Non voglio fare il moralista,
per carità, il disagio dei giovani che non trovano (ed alcuni nemmeno cercano
lavoro) non può essere semplificato. Ma Robert no. Robert è riuscito a stare
disoccupato negli anni 2000 in Danimarca, dove la disoccupazione era dello
0,2%. Bisogna impegnarsi. Se Robert può vivere senza lavorare è perché molti,
invece, si svegliano controvoglia per andare ad un lavoro che li disgusta e li
sottopaga perché credono davvero che il lavoro nobiliti, cioè lavorano per vivere
e per far vivere Robert. Fortunatamente, la favola ha un lieto (?) fine. Robert ha trovato un lavoro all’altezza delle sue aspettative, anzi due: sarà colonnista
(sì signori, giornalista) per DR2 e BT, una rete televisiva ed un giornale
locali.
Ho sempre pensato
di avere una visione molto nordica dello stato sociale: uno stato che si
rispetti dovrebbe garantire a tutti la sopravvivenza, dovrebbe garantire a
tutti di avere le stesse possibilità di realizzarsi e dovrebbe anche essere
solidale fiscalmente e culturalmente. La Danimarca ci è generalmente riuscita,
anche se conserva un certo paternalismo e pedagogismo culturale di fondo. Come tutti i welfare states che si rispettino, anche il welfare danese parte dal presupposto che tutti vogliano lavorare e vogliano
contribuire allo stato sociale. La vera radice dello stato del welfare implica
che i paganti siano in maggior numero dei beneficiari. Per questo, trovo giusto (anche se rode) che lo stato non debba pagare la casa di una famiglia che sta vivendo al di sopra
delle proprie opportunità, almeno temporalmente. Trovo anche giusto che non si
debba pagare Robert. Per usare le parole di un politico conservatore locale
(non che sia un suo fan…) “è un diritto non volere lavorare; tuttavia non mi
sembra giusto non lavorare a spese di tutti gli altri che lavorano”.
Sarà per questo
che da molte parti ormai viene predicata una riforma del kontanthjælp che
vadano verso un maggiore coinvolgimento dei beneficiari. Cioè, che si riduca il
rischio passivo : si prevede che per i beneficiari il dovere di accettare
lavori offerti dal Jobcenter con un massimo un mese di totale assenza dal
lavoro), il dovere per gli under 30 senza istruzione superiore di iscriversi a
corsi professionalizzanti.
I soldi, si sa, non fanno la felicità, però sappiamo anche che aiutano. Dati i brutti tempi, le televisioni ed i giornali danesi stanno dedicando molta attenzione al “penge”. (E non preoccupatevi, non ha una pronuncia strana…si pronuncia proprio come si scrive: penge, con un accento acuto sulla prima vocale, qualcosa tipo pénge). Questo post ha un /1 perché vuole essere il primo di due dedicati a condividere con voi la concezione del penge in Danimarca. O almeno, quello che credo di averne capito io.
Ci diciamo sempre che uno dei fattori positivi della Danimarca è quello di avere una società quasi senza classi, nel senso che a nessuno importa che lavoro si faccia o che posto si occupi nella scala sociale, data che le relazioni sociali non si costruiscono su questa base. Personalmente, credo anche che la Danimarca sia ancora uno dei pochi paesi al mondo dove il semplice fatto di avere un lavoro garantisce la possibilità di una vita indipendente, incluso una casa. Non importa che lavoro si faccia. Insomma, sembra che il lavoro in Danimarca nobiliti davvero.
Un abbraccio a
tutti ed ancora scusate per la lunghezza, avevo poco tempo.
Finalmente mi sono ripreso dalla depressione post-vacanze. Mi sono reso conto che una delle cose belle di vivere in Danimarca è
partire per le vacanze. Perché una volta che sei abituato al prezzo della vita in Danimarca, soprattutto per i ristoranti, tutto ti
sembra economico, uscire ai ristoranti diventa sempre di piú di un
piacere e ti senti leggero leggero. Quando tornerai ”a casa”...beh
innanzitutto non sarai piú in vacanza, e poi ti troverai a pagare
una pizza margherita sui 10 euro e ti considererai fortunato.
Poi, complice il bel tempo delle
destinazioni estive, ti sembra che tutti ti sorridano, il che mi ha
dato l'idea per questo post. In principio, l'idea dell'interazione
sociale ed umana è completamente diversa tra Italia e Danimarca (e
vabbè, direte voi, mica c'è bisogno che ce lo dici tu). Eppure, a
me non finisce di stupire. Per esempio i vicini: il vicino in Danimarca è tanto
migliore quanto meno entra nella tua vita. Niente a che vedere con le
sedie messe fuori dalla porta dai nostri nonni.
Per quanto riguarda i rapporti
interpersonali, poi, io personalmente rimango spesso incastrato in alcune
cose: prima, durante, e dopo la conversazione.
Innanzitutto, il saluto è una stretta
di mano per le persone con un poca confidenza ed un abbraccio per gli
amici. Una stretta di mano ferma ed un abbraccio senza pacche sulla
spalla. Niente bacini, uno due o ”facciamo tre”, oppure ”partiamo
dalla guancia destra o dalla sinistra?”. Nada. Mi ricordo uno dei miei primi giorni in Danimarca: venivo dal Belgio dove il saluto è sempre un bacio simultaneo e reciproco sulla guancia...immaginate la reazione del malcapitato danese???
Durante la conversazione, occhio al
movimento del corpo, il famoso linguaggio non verbale. Finché non
puoi dire di essere in confidenza (e l'alcol aiuta...) i danesi non
si muovono, ti parlano guardando fissamente negli occhi e si
aspettano che li si guardi negli occhi. A questo c'è anche una
ragione pratica. Come ho scritto in un altro post, una volta dissi ad una mia insegnante di danese come
facevano a capire tutte quelle piccole variazioni fonetiche fra
parole che sono simili nella scrittura ma molto diverse nel
significato. Quanto ci sarebbe voluto prima che anche io arrivassi a
capire ogni parola? E lei mi rispose candidamente che ”Nemmeno noi
capiamo ogni parola. Normalmente in una conversazione, noi danesi capiamo
50-60%, il resto lo indoviniamo dal contesto”. Per questo è
importantissimo guardare negli occhi, anzi nelle labbra. Ti scappa
una frase e sei fregato...
La cosa che più mi ha sorpreso, in positivo, è come si riallacciano le persone dopo l'ultimo incontro. Tak for sidst. Grazie per l'ultima volta. Anche se può sembrare triviale, è invece una parte fondamentale della cultura danese. Un modo per ricominciare, per
richiamare la bella atmosfera dell'ultimo incontro, o forse solo per
riallacciarsi. La cultura danese ha molte di queste piccole cose (no, non mi riferisco alle bandiere dappertutto...) che possono sembrare formalità, ma che io trovo una cosa molto bella e molto dolce, una cosa che potremmo e dovremmo imparare, piccole gentilezze che mettono di buon'umore. Soprattutto al ritorno dalle vacanze.
Buon ritorno a tutti!
Un abbraccio.
Take care,
Francesco
Buongiorno a tutti, anzi god morgen.
Scusate ancora il ritardo (ed i capelli) ma come ho detto in un altro
post, la settimana scorsa ero a Bruxelles, e scusate anche la voce e
le occhiaie, ma è stata una settimana...come dire? Intensa. Diciamo
che ho fatto la mia parte per sostenere l'economia locale. Comunque,
passiamo alla nostra lezione di danese per questa settimana, che come
promesso si concentrerà su una pietra miliare nel processo di
integrazione in Danimarca: rødgrød med fløde. La scelta è
caduta qui grazie a coloro che hanno commentato il mio primo video su
Facebook. È stato un bellissimo scambio di opinioni sul post ed in
messaggi privati, che mi ha dato nuove idee per prossimi posts.
Grazie davvero.
Questa frase è apparentemente innocua:
significa budino di cereali (grød) rosso (rød, per via delle bacche
che ci si mettono dentro) con formaggio morbido (fløde). In realtà,
è un vero rito di iniziazione. Non appena proverete a parlare
danese, ci sarà sicuramente un danese che vi chiederà di dirla.
Tranquilli, comunque vada, non ce la farete mai al primo colpo e lo
farete ridere. In fin dei conti bisogna ipotecare parte della propria
reputazione ai fini dell'integrazione.
Questa frase mi permette anche di
condividere alcuni trucchetti di fonetica. Della d ho accennato
qualcosa nel primo video post. Ne parlerò in dettaglio in un
prossimo post. Per ora, riconoscete il fonema? Vi ricordate quando
dicevo che la d ha un certo fonema che si produce mettendo la lingua
fuori ed appoggiandola sopra i denti?
Visto che ho promesso di lasciare i
post sotto i due minuti, oggi parliamo della ø e la prossima volta
parleremo della r.
La ø si pronuncia ø. Per parlare
danese è necessario calarci in una realtà di suoni diversa da
quella italiana. Non è solo il problema che non ci si capisca
niente. Il problema è che mentre in italiano abbiamo otto fonemi
corrispondenti alle vocali (à á è é i ó ò u), il danese ne ha
più di venti. Come scrissi in un altro post, anche i danesi
capiscono solo il 60% di quello che si dicono tra di loro.
È vero anche che finché la frase sarà strutturata bene, riusciremo a farci capire, ed a questo dedicherò un altro post (sto facendo più promesse di un politico). Tuttavia, dobbiamo perciò fare attenzione. Per
esempio, alcune parole cambiano solo per una sola lettera ed una
pronuncia non accurata rischia di far ridere più di rødgrød med
fløde. Prendiamo ad esempio le parole bade (bagno), både
(entrambi), bede (l'infinito di pregare), e bøde (multa). A seconda
di come pronuncia la vocale, potremmo arrivare a convertire “Jeg
skal på toilettet og tager en bade” (vado in bagno e mi faccio una
doccia) in “ Jeg skal på toilettet og tager en bøde” (vado in
bagno e mi faccio una multa).
Direi che non sono riuscito a mantere
nemmeno la mia prima promessa (di tenere ogni video sui due minuti).
Spero comunque che nessun linguista se la prenda
se ho semplificato un po'. Fatemi sapere se ho fatto confusione, se
avete curiosità sulla lingua danese o avete dubbi su un argomento in
particolare, oppure se magari preferite qualcosa più dedicato sulla
fonetica, eccetera. Insomma, fatemi sapere. Compe sempre, il video è anche su youtube.
Ri-benvenuti nel magico mondo del danese per tutti (tutti gli italiani almeno). Come potete vedere dai contenuti, sono fermo da qualche mese. Sono stato moltissimo occupatissimo e poi in ferie.
Poi potrete vedere anche un'altra cosa, e cioè che questo blog o piccolo sito ha un formato nuovo, piú interattivo. Ossia, da oggi le lezioni (o lesioni) di danese saranno in video, mentre il testo del video sarà a seguire cosí che possiate leggere anche come si scrive. Cercherò di restare attorno ai due minuti per video, cosí che possa essere flessibile. Spero che sia un buon compromesso, fatemi sapere cosa ve ne pare commentando su questo post!
Partiamo dall'inizio, cioè dalle presentazioni. Innanzitutto scusate la pettinatura ma siamo a lunedí ed è duro per tutti. Comunque, quando due persone si incontrano per la prima volta di persona in Danimarca, c'è un rituale. Innanzitutto la stretta di mano forte o per lo meno ferma, lo sguardo fisso negli occhi e la conversazione va più o meno cosí.
A - "Hej, hvad hedder du?"
B - "Jeg hedder Francesco, hvad hedder du?"
A- "Jeg hedder Jonas (un nome qualsiasi), det glæder mig at møde dig".
Purtroppo questa è una di quelle espressioni che bisogna conoscere. Comunque possiamo vedere alcune cose che ci verranno utili in seguito.
1. Il fonema d: la lettera d dell'alfabeto si dice "de" ma si pronuncia d nel danese parlato. Non non vergognatevi di tirare fuori la lingua un po', almeno i primi tempi, per farvi capire bene e per prendere confidenza. Il danese ha molti piú fonemi dell'italiano e il d è fondamentale, anche se fa ridere.
2. L'espressione "det glæder mig" è traducibile come "mi fa piacere", in inglese per esempio c'è un aggettivo glad per dire felice.Si può usare in molte occasioni. Per esempio, se consigliate un ristorante ad un amico e poi ne è contento, allora potete dire "det glæder mig".
Spero che sia rimasto abbastanza corto e che possa essere di aiuto. Fatemi sapere cosa ne pensate!
Vi ses! (Ci vediamo...un'altra espressione da imparare a memoria :) )
Francesco
Riprendono le lezioni di danese con un
caso pratico di sopravvivenza, 100% danese come la carne di maiale o le patate.
Se ti arriva a casa un foglio in danese
dove l'unica parola che capisci è Konto, il primo istinto è quello
di non firmare nulla. E ci mancherebbe. Se poi sopra c'è scritto anche SKAT,
allora è meglio darci una seconda occhiata.
SKAT. Parola misteriosa ed ambigua che
identifica il concetto di tesoro in ogni sfaccettatura. Vuol dire
sia tasse (tesoro materiale) che amore (tesoro spirituale). Gli innamorati appiccicosi si chiamano skat tra
di loro. I genitori chiamano skat i loro figli. Con la burocrazia c'è una relazione diversa: “Vuoi un caffè,
skat?” “No, grazie. Mi accontento di farti pagare la macchina il
doppio che a casa tua”.
Ma torniamo a bomba. Cioè alla
lettera. Vedi la parola Konto ed a ben vedere segue un'altra parola.
Nem, che vuol dire facile. Cos'è il Nem Konto? Vuol dire letteralmente "Facil-Conto". È una sorta di
benvenuto nella burocrazia danese, che per la verità è piuttosto
snella.
Il nem Konto è un conto corrente, il
tuo conto corrente, quello ufficiale, è quello che scegli tu come
conto corrente per i versamenti dagli enti pubblici: Ufficio tasse,
comune, A-kasse ecc. E' dove vengono versati per esempio, i
sussidi familiari o i rimborsi per le tasse. Già perché le dichiarazioni delle
tasse, i vari 730, 740 etc., qui non si fanno. Te li fa Skat. E poi
ti manda una lettera dicendo “Congratulazioni, questo è il tuo
rimborso”. Ve lo dicevo che era snella.
Puoi avere diversi conti correnti, ma
hai solo un nem Konto ed è necessario comunicarlo entro il primo anno di residenza. E' stato istituito per facilitare la vita non
per complicarla...non è una società privata, è lo stato. Da quando
una persona si registra (quindi entra in possesso del mitologico
numero CPR e della carta gialla, la “gud kort”), si suppone che
abbia almeno un conto corrente danese su cui depositare ogni entrata.
In un gioco dell'oca burocratico, per aprire un conto occorre essere registrati (avere il CPR). Comunque, meglio informarsi in banca perché alcune banche mandano avanti le pratiche perché sanno che la registrazione può durare mesi. A me, per esempio, tardò tre mesi, continuavano a dire che i miei documenti non gli arrivavano, finché non andai personalmente in ufficio, controllai lo schermo insieme all'impiegato e...meraviglia! Ero registrato da 2 mesi...
Comunque sia, il nem Konto è davvero facile. Non per niente il motto è “Dal pubblico al tuo
conto”. Certo, è, che incrociando un paio di numeri (il CPR ed il nem
Konto), ogni cittadino viene messo a nudo, il che suona un po' come
il Grande Fratello. O come il vicino che non si vede mai in giro ma
che sta sempre a spiare da dietro la porta socchiusa.
Ri-benvenuti nel fantastico mondo del danese per tutti.
Lo so che ci stiamo mettendo un po' troppo tempo, la vita frenetica di tutti i giorni vorrebbe un corso online, anche se mini come questo, più adatto alle sue esigenze. Prometto di fare il possibile per pubblicare più di una volta a settimana. Nel frattempo, non esitate a lasciare domande nello spazio per i commenti sotto ogni post, farò il possibile per rispondere in modo sensato ed a tempo.
Detto questo, come promesso oggi parliamo di bestemt e ubestemt.
Parentesi: cosa significa bestemt/ubestemt? Lo traduciamo come definito, ma vuole anche dire deciso.
Stemme significa voce o anche voto. Quanti si ricordano quel reality show (o alla danese, sjov) dal titolo "Voice - Danmarks største stemme" La voce (stemme) più grande (in questo caso, migliore, o all'inglese greatest)? Comunque sia, vi capiterà spesso di incontrare parole che iniziano con be-. È il caso di tutti i verbi che derivano da sostantivi, come appunto bestemme, che vuol dire votare o decidere. Il danese usa moltissimo i sostantivi per farne dei verbi o anche sostantivi composti con preposizioni per fare dei nuovi sostantivi. Per esempio esibire è opvise (vise=mostrare) o espressione è udtryk (letteralmente "fuori tirare").
Chiusa parentesi.
Quello che abbiamo visto sinora erano forme ubestemt, indefinite: en bil, et hus etc.. Le usiamo quando si parla di una macchina o una casa qualsiasi, indefinita appunto.
Quando sappiamo benissimo di quale macchina o casa parliamo, allora la forma diventa bestemt, definita: bilen, huset cioè la macchina, la casa.
Cosa succede con il plurale? Buona domanda. En-ord ed et-ord si ripappacificano ed il plurale diventa un unico -ne, o -ene... o -e, come nell'esempio qui sotto. Sfortunatamente non ci sono regole precise e molto dipende da come "suona". Sì, sembra strano da dire, ma anche il danese ha una sua musicalità.
E cosa succede quando passiamo dal ubestemt al bestemt, con un aggettivo??
Ubestemt: l'aggettivo si coniuga con l'articolo e il nome rimane invariato (lezione 3). Cioè: en stor bil, et gammelt hus.
Bestemt: facilissimo! l'articolo si prende tutto. Come dire: la vita è più semplice se usi più decisione. (è curioso che invece gli ambienti di lavoro danesi con tempi più lenti di decision-making e con il più alto numero di riunioni a livello europeo...ma questa è un'altra storia).
Allora, adesso i compiti come al solito. Cerchiamo per questa settimana di riconoscere nei giornali mattutini o nelle pubblicità o dove vi pare, una decina di parole bestemt...oppure riconoscere che sono ubestemt e cercare di fare il bestemt.
Buona settimana danese a tutti!
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My dear ones, in the past, when I suggested you to visit my blogs, I wrote one of them wrong.
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I have promised to write a page about recipes, as well as it would be great to publish yours, but the correct name of my blog is whatsintheoventoday.blogspot.com.
From now on you will find the correct link so in case you have been a bit confused in the past, I hope to see you soon on my blogs!
Take care,
Francesco
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so che vi avevo promesso un salto verso la differenza tra definito ed indefinito, ma forse sarebbe un passo più lungo della gamba...allora (ri-)cominciamo dagli articoli, che verranno utili in seguito.
Come in italiano, anche in danese, un sostantivo può avere un articolo definito.
Nella lesione 1 abbiamo visto come i sostantivi danesi si dividono in due gruppi: n-ord e t-ord.
La divisione dipende, appunto, dagli articoli.
Gli articoli indefiniti sono en e et: et hus (una casa), en lejlighed (un appartamento). Come in italiano
Gli articoli definiti sono den (n-ord) e det (t-ord).
Al plurale, c'è solo un articolo per n-ord e t-ord: de.
Attenzione! Questa è la prima difficoltà concettuale da superare per noi neofiti! Non en/et non identificano il genere come in italiano o in inglese, ma semplicemente il fatto che una parola sia n-ord o t-ord, e quindi come "declinare" sostantivo ed aggettivi nella forma definita e nel plurale.
Per esempio: una casa vecchia è et gammelt hus, un'auto gialla è en guden bil. Ma questo lo vedremo in seguito.
Compitini: guardatevi attorno e cercate negli annunci, negli adesivi per strada, nella vostra bolletta della luce, articoli definiti ed indefiniti per n-ord e t-ord.
Fatemi sapere come è andata commentando a questo post!
E soprattutto ricordiamoci: una lingua, per saperla, bisogna usarla...